Molière in bicicletta

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Ma non ce n’era bisogno, tranquilla! e invece forse sì, me voilà

Seba, anche conosciuto come Saverio, mi consiglia sempre dei bei film (per lo più introvabili), e alla mia domanda: “Ma il Capitale umano l’hai visto?” mi risponde random parlandomi di questo film, che se poi vogliamo trovarci qualcosa in comune tra i due diciamo che in entrambi i casi il pretesto resta decisamente lontano e migliore del risultato. Filmaccio di Virzì a parte, il problema dei suoi consigli è che terminano sempre con il racconto dell’intero film, sì, finale compreso, e per questo film non c’è stata eccezione. Facciamo così, misantropia amica mia, il finale citazionista lo dico anch’io: “Ormai detestate l’umana natura.. Sì, per me è una spaventosa sciagura”.
Ecco, ma è andata bene, questo è uno di quei casi in cui se anche sai già come finisce non cambia proprio gnente.

Isolotto francesino vicino a La Rochelle. Serge, dopo aver deciso di non fare più l’attore, schifato dalla povertà delle persone di spettacolo e dalla loro mercificazione, si rifugia e isola (ridere) dal mondo intero, solo e incattivito. Fino a quando Gauthier, attore di quelle serie tv che ti fanno riconoscere per strada da sciure e tassisti, decide di interrompere il silenzio di Serge per proporgli di ritornare a recitare in un suo spettacolo teatrale: Il misantropo di Molière, così da poter riscattare la propria carriera di attoruccio.

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pausa ripassino su Il misantropo, che così siamo tutti contenti
Alceste, protagonista idealista, intransigente ai proprio principi etici anche se in contrasto con quelli sociali, innamorato della bella Célimène se ne dovrà separare per incompatibilità. Antagonista della vicenda è Filinite, realista convinto che il mondo non si possa cambiare e che per sopravvivere ci si debba adattare all’immoralità e alla falsità propria della società.
Alceste, tenendosi stretti i suoi ideali, finirà per essere allontanato da tutti, abbandonando la mondanità per la solitudine.
fine ripassino
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Entrambi primadonna non vogliono demordere su chi farà la parte di Alceste, tanto da rimandare la decisione ad un testa e croce, che li farà continuamente alternare tra i due personaggi. Nell’infinita serie di prove le parole di Molière fanno da didascalia allo scontro dei caratteri e alle similitudini tra persona e personaggio. Così poco sottile da cogliere come parallelismo da farlo diventare ridondante (lontanissimo è lo splendore di Venere in pelliccia). Alla banalizzazione del tutto concorre un contorno poverissimo, dove l’italiana Maya Sansa (io l’ho guardato in italiano e dio mio il suo doppiaggio mio dio) ha il ruolo dell’itagliana innocua tentatrice e triste preda contesa tra i due, una tristissima Célimène; il tutto poi inframmezzato da insulsi giri in bici e banali vicende di paese.

Rimandando alla rappresentazione teatrale un personale tentativo di riscatto, cadono e inciampano, dalla bici del titolo e sul palco, che casca insieme a loro.

Passando oltre la locandina terrificante almeno il lieto fine ce l’hanno evitato, ma questo già l’avevo detto.

Visto con: piumone.

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