Lavaggio + centrifuga

Sveglia alle 4, colazione con mezza pagnotta a testa e dritte al porto. Grande idea partire di lunedì, mezza ibo aspetta sul molo l’unica micro barca che ci porterà alla terraferma. Con uno studio degno di tetris ci incastriamo tra nonne, mamme che allattano, l’improbabile coppia che non proferisce parola, studenti diretti a scuola, due moto e un’infinità di zaini zainetti e valige, se questa barca non affonda urlo al miracolo. Dopo un’ora di preghiere, attraversato il boschetto di mangrovie vediamo spuntare il ‘porto’ di tandanhangue. Sempre scortate da facu e james, che scopriamo essere il proprietario di quella specie di bar-parcheggio che ci troviamo davanti, andiamo a sederci su un tappeto di formiche sotto un albero, nell’attesa che arrivi indiana a svelarci il nostro destino. Seconda colazione, questa volta offerta da james, a base di zucchero bagnato di tè e altra pagnotta. Indiana arriva con la sua beata calma con un’altra barchetta e due macchine dell’aga khan restano in attesa, fa che abbiano dei posti per noi se no siamo costretti a passare la notte qui… Arrivate con i nostri zainetti scopriamo che un posto per noi due donnine in macchina c’è, ma facu e james sacrificandosi per noi dovranno passare la notte a quissanga, che uomini! Ma, ma quella è la solita vecchia maledetta! Anche qua la troviamo… E scopriamo che a darci un passaggio saranno proprio lei e quel santo di suo marito. Ok ritiro tutto, forse non è poi così antipatica… E per il secondo viaggio ibo-pemba abbiamo la fortuna di non prendere quel carro bestiame del chapa e partiamo comodecomode su un suv con sottofondo di musichetta 80’s. Sballottate sulla strada sterrata fatta solo di buche schiviamo bambini, bici, persone con interi alberi in testa e sciacc! spiaccichiamo una povera gallina, ma sembriamo essere le uniche a curarsene, povero frango. Lungo il tragitto ci fermiamo in mercatini improvvisati a bordo strada per uno shopping di manghi pomodori e carote fino ad arrivare a Pemba, ah, l’asfalto! da quanto tempo… e restiamo con gli occhi sgranati a guardare macchine, moto, persone, civiltà. Lasciate a bordo strada nell’attesa che il nostro fedele Renato passi a prenderci, vediamo passare in macchina carlo fornaciari che dopo i dieci secondi di consueti saluti inizia subito a parlarci di coloni e guerra, ddio. Ecco Renato! Dritti in città per un poì di shopping veloceveloce. Punto uno: comprarmi un telefono! Per il corrispettivo di 15 euro trovo una ‘cosa’ che non solo manda sms e chiama, ma che ha pure la torcia, mio. Punto due: frutta e verdura, a bordo strada seduti all’ombra su un marciapiede facciamo affari con dei signorotti e ce ne ritorniamo a casa, io più felice di tutti.
Non siamo le uniche ospiti della, a pranzo con noi c’è anche Paolo, che tra insulti a destra e a manca  ci racconta di lavorare per una compagnia di aerei privati. Benché viva in africa da ‘solo’ quattro anni ha già raggiunti apici di cinismo e rabbia repressa e sull’onda del suo pessimo umore inizia a sfidarci su qualsiasi discorso si intavoli, ah! io con questi ci vado a nozze! e proseguiamo in un botta e risposta a due finché entrambi non ci siamo sfogati, rinvigorente.
renatino ci propone un giretto al dolphin con bagnetto incluso, e dopo il viaggio della speranza sentiamo di meritarcelo. Presa la capannina e le sdraio vediamo arrivare un signorotto dall’aria simpatica, Ruggero, emiliano di nascita e oramai da più di venticinque anni africano d’adozione, ci racconta della sua amicizia con i masai e dei suoi mille lavori.Dopo quasi un mese di astinenza dalla carne proponiamo a renato e a paolo di andare a cena dal sudafricano per una bella bisteccazza, e tra un gigantesco t bone e un delizioso filetto ci abbuffiamo come non mangiassimo da mesi. Al buio della nostra capannina, avvolte dall’umidità, più che dalle stalle alle stelle mi sento ribaltare come un panno in lavatrice.

Scritto: a due centimetri dal ventilatore

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