Cittadinanza di ibo e Blackout

Alle sei spalanco gli occhi, oggi non si dorme più. Valeria ancora ronfa e io mi ritrovo a fare colazione con demo, che intento a scopare la sala mi chiede quanti anni ho, sorpreso dalla risposta mi dice che gli sembro una bambina, grazie! Visto che però non lo sono passa alla seconda domanda, hai figli? Ohggesùù! Niente figli, ok, e quindi dove vive tuo marito? Mio marito? In italia. Solito pane e papaya e via, munite di zaino andiamo al mercato a fare la spesa. Zoppicazoppica arriviamo nella piazzetta delle donnine con le loro bacinelle di cibarie varie colme. Ormai navigate nell’acquisto di arroz, pao e sonos riempiamo gli zaini e Oh! I primi manghi sono maturi! Me ne dia cinque, obrigada. Ritornate e a casa mi spaparanzo sui divanetti a disegnare, e davanti mi ritrovo quell’ameba dell’americano, che con il suo faccione orrendo nascosto da un libro, da due giorni non alza il culo dal cuscino  Ma lo sa che fuori da quest’hotel c’è l’oceano? Bahh. Passa la cameriera dolzedolze e deciso, oggi ci facciamo fare la maschera. Senza farci aspettare si mette subito all’opera nella preparazione, e munita di pietra corallina portata in giardino sulla testa, inizia a sfregare una radice di un albero così forte da farne uscire una polvere biancastra, quella è la nostra maschera. Chi inzia? Tutta concentrata inizia a spalmarmi questa poltiglia grumosa su tutto il viso, mentre demo nascosto dal computer con il suo inglese di giorno in giorno sempre migliore ci racconta la storia della questa maschera: utilizzata da vai a sapere quando ha sia proprietà medicinali che estetiche. Unicamente usata dalle donne la maschera viene utilizzata ora più come vanto della propria bellezza che per il suo valore purificante. Con il faccione tutto bianco e incrostato ritorniamo a mangiare dalla ‘mamma’, che oggi ci propone non solo matapa ma pure pesce. Con la pancia in esplosione per le solite porzioni africane cerchiamo a fatica di ripulire il piatto, chicco dopo chicco. Oggi non siamo sole, al tavolo di fianco solitamente vuoto si siedono due operai che con il riso fino ai capelli divorano il nostro stesso piattone. Di dove siete? Italia. E mi sento rispondere: allora ritorno in italia con te. Eccheèè?! Sarà mica il mio crostone in faccia a farmi conquistare… E anche oggi ciotolina finale colma di papaya, che finiamo a fatichissima ma come fai a lasciarle qualcosa nel piatto se è così dolze? Diamo i quotidiani due dollari e ritorniamo a collassare a casa. E mentre sto lì con il corpo interamente dedito alla digestione passa Jork, che dopo avermi chiesto come sto mi propone un quarto giro di brandy. Aiuto. Dopo una serie di smadonnamenti davanti ad autocad, che gesù se non mi è mancato, arriva la ormai quotidiana cenetta serale immerse nell’ombra della veranda a guardare la gente che ciarla, e stasera gran affollamento: isabel con il famoso luis e cane al seguito, josè il portoghese che costruisce un hotel di fronte al nostro con moglie che chi l’hai mai sentita parlare, e infine pablo il ventriloquo incapibile e una misteriosa vecchietta che boh. Film finito e mentre ce ne stiamo beatamente distese sul divanetto nel buio della stanza Tac! All’ improvviso tutto diventa nero, e vapiamo che nell’intera isola è saltata la corrente. Nel buio più totale zompetto fuori dalla stanza e mi ritrovo in giardino, coperta da una quantità di stelle che supera ogni immaginazione. Fa che la corrente non torni più stanotte! Un secondo e il crucco attacca il generatore, ciao poesia.

Scritto: con una colonna 80’s in sottofondo

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