Il tempo di merda arriva anche in paradiso

Sveglia alle 6.45. Cercando di evitare le ore più calde, alle 7.30 ci troviamo con Futu che oggi sarà la nostra guida. Fortuna vuole che i nuvoloni di ieri siano ancora sopra la nostra testa, e con un venticello fresco e un po’ di pioggerellina esploriamo i villaggi dell’isola. Futu conosce chiunque, e con un Salam di qua e un Bon dia dellà apre le porte di qualsiasi edificio facendoci scoprire posti segreti ad un timido turista. Passata la piazzetta principale, con ben due negozietti e una riga di donnine con la loro bacinella di frutta, gli edifici in muratura si diradano e ci ritroviamo circondati di capannine. Vediamo la moschea più antica, quella da dove ogni giorno e più volte al giorno il santone, con tanto di microfono e casse, trasmette la messa udibile da ogni punto dell’isola, e arriviamo poi nell’orto della fondacao. Dietro ad un alto steccato di bambù si nasconde l’orticello fatto da Davinia dove, piantati in piccoli sacchetti di plastica colmi di terra, ci sono alberi e verdurine di tutti i tipi. Incontriamo poi Jao Baptista, il vip dell’isola, che con i suoi 82 anni è uno degli abitanti più anziani, e Raul, una delle guide più esperte che ci presenta la sua figlioletta, una delle più belle bambine che io abbia mai visto, e Bingo, il suo micetto dolzedolze. Ritornando verso casa passiamo davanti a casa di Flò e quella comare di Futu ci propone di andarli a salutare. Fuori casa vediamo James, che intento a vestirsi si scusa imbarazzato, non ti preoccupare caro. Entriamo nel piccolo giardino e nascosti dagli alberelli troviamo Facundo e quell’anoressica di Flo (che tanto mi ricorda ‘La Matta’) intenti a scolarsi litri di mate. Cammina cammina è già ora di pranzo, e visto il super pranzo di ieri oggi decidiamo di andare dall’economicissima moglie del crucco. Dopo averne tanto sentito parlare, e ordinando come sempre a caso, chiediamo entrambe una matapa e ci arriva una porzione da dividere in due, vabbè. Con una voglina di dolce vediamo in una bacinella una serie di palline marroncine che danno l’idea di essere dei dolcetti. A scatola chiusa ne ordiniamo due e scopriamo che altro non sono se non una palla di pane dolce, ovviamente fritto. Il tempo non è dei migliori, diciamola tutta, il tempo è proprio nammerda, e il posto meraviglioso dove stiamo senza l’onnipresente sole si trasforma in una prigione di noia. Con la sensazione che sia domenica e senza poter uscire ci lanciamo nel nostro lettuccio a guardare un filmetto. Non si sa bene per quale motivo finiamo per guardare Lo scafandro e la farfalla, e mi lascio trasportare in un turbine di pesantezza e tristezza. Sarà il film o sarà la pioggia ma oggi non è più giornata. Nonostante mi sembri domenica oggi è venerdì, e come previsto da Futu un sacco di turisti iniziano ad andare a venire. Mentre me ne sto lì a smadonnare al bancone dietro al terribile computer del crucco mi guardo intorno, e nel più totale silenzio vedo tutte le new entries distese sui divanetti, felici e beati intenti a leggere i loro libri. E in un secondo stacco la connessione a manovella e mi unisco alla siesta.
Sveglia e subito al lavoro! Il pessimo tempo è ancora sopra di noi, e con un vento che sembra di stare a trieste iniziamo il sopralluogo del quartiere di cemento, un secondo ed è subito ispirazione. Dopo milioni di foto e mille idde in testa, con il solito imbarazzo della scelta ritorniamo al nostro caro bel orizonti, e il pranzo ristoratore si trasforma in una lotta. Le due donnine che dirigono il piccolo locale altro non sono che due sciampiste mancate: al momento dell’ordine non sanno né cos’hanno scritto nel menù né cos’hanno in cucina. Con le solite canzoni di Bryan Adams in sottofondo e con la solita fatica ordiniamo, e come sempre non capiscono una mazza. Arrivata l’ora del conto ci ritroviamo sempre nella stessa scenetta: di fronte a questa tonta rara le spieghiamo cosa abbiamo appena mangiato, che se sei un minimo furbo la freghi quando vuoi, ma noi due ‘scemette’ no, mai. E non è tutto, da brave sciampiste quali sono nemmeno sanno fare 10+5, e così sfoderano la loro mega calcolatrice, che manco sanno come si accende, e ti ritrovi a fargli pure i conti, e a sentirti ancora più pirla perché per la seconda volta non ne stai approfittando. Scemammè. Sull’isola vige una legge non scritta ma che tutti arrivano a capire in pochissimo tempo: non è possibile fare dei programmi, mai. Tutto quello che si può organizzare qui è destinato a non succedere o a cambiare, tutto è deciso dal tempo, e in particolare dalla marea. Invitate da giorni a cena da Futu vediamo svanire il felice piano e ci ritroviamo a passare il sabato sera a casa della coppia perfetta. La seconda idea era di uscire a bere qualcosa, ma causa vento si resta in casa. Con grande pigrizia e comodità i due morosetti dicono alla loro guardia di andarci a prendere delle birre vicino al porto, alla faccia della fine della schiavitù, e noi ringraziamo. Neanche il tempo di stappare le bottiglie e arriva anche Pablo il carpinteiro, e inizia a parlare lo spagnolo più stretto che abbia mai toccato orecchio umano. Causa maggioranza e pensandomi ormai in una casetta nel centro del messico, passiamo la serata a parlare uno spagnolo improvvisato, tra le spezie portate dal carpenteiro, la musica latineggiante di Jaime, Darta la micia miagolante e più cani che persone. Per ricordarci che qui non si possono fare piani senza aver prima chiesto al mare, e vedendo sfumare il programma di andare a nuotare coi delfini causa super vento, decidiamo che il giorno dopo si andrà tutti insieme a piedi fino al faro. Forse.

Scritto: vicino agli operai che scavano un´intera piscina con pali di ferro appuntiti..

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