“Sei sposata?”

La bella notizia è che internet c’è, la brutta è che praticamente non funziona. Bene, vorrà dire che avrò tutto il tempo del mondo per parlare, leggere e magari a tempo perso fare la tesi. Dopo esserci riprese dal lungo viaggio andiamo al centro nutrizionale della Fondacao ad incontrare Davinia. Entriamo in questo bellissimo edificio portoghese ristrutturato e troviamo ad accoglierci Marta (!), una delle cameriere, che ci dice che “Davinia està”. Tutta sorridente esce dalla cucina, capelli lunghi e ricci raccolti in una trecciona e abbronzatura da invidia, e subito la ringraziamo per averci organizzato il viaggio all’isola. Davinia aa all’incirca la nostra età ed è arrivata ad Ibo da Granada in primavera, e da allora da sola segue tutto il centro nutrizionale. Le raccontiamo un po’ chi siamo e vista l’ora e la fame atavica le chiediamo consiglio per il pranzo, e scopriamo che la scelta più o meno si riduce a sei posti in tutta l’isola. Decidiamo che per trattarci bene, non facendo un pasto vero da giorni, potremmo andare al cinco portas, uno dei posti più belli del lungo viale, e come tutti gli altri posti carini è gestito da un europeo. Entriamo in questo edificio biancobianco e il groove di Bob Marley ci accoglie. Dalla strada polverosa costeggiata da edifici portoghesi più o meno fatiscenti, ci ritroviamo in un posto magico: sullo sfondo l’oceano, e tutto intorno a noi alberi fioriti e una piscina blublu.
Ci sediamo e subito conosciamo una famiglia di australiani. In quanto anglofoni ovviamente non si sforzano di parlare una lingua che non sia la loro, e ci dicono che non volendo correre il rischio di bere un cattivo caffè si sono portati da casa la loro bialetti, che vanno a preparare da soli in cucina, manco fossero una famiglia di napoletani Ci facciamo consigliare e ordiniamo tutti i tipi di tapas presenti sul menù, alla faccia del risparmio, tiè. Neanche il tempo di mettere il pesce sul tavolo ed ecco che due gatti mi si fiondano ai piedi miagolando, da brava gattara cedo e gliene lancio un assaggino-ino, non l’avessi mai fatto, da lì urla e pianti che manco un neonato con le coliche. Con la pancia stracolma ci sediamo sulle poltroncine all’ombra di un alberello a sorseggiare un polverosissimo caffè e ispirate iniziamo finalmente a parlare del nostro progetto. Il resto della giornata passa tra la camera e quello che in poche ore è diventato il nostro salotto, il giardino. I turisti vanno e vengono e, distese sui divanetti, parliamo con tutti quelli che ci passano davanti. Dietro al bancone troviamo il proprietario crucco, che in pochi anni insieme al collega francese ha costruito tutto l’hotel, e l’indiano olandese che ha vive in francia, Ramon. Lo guardo un po’ e penso che mi ricorda qualcuno.. Le ore passano finché realizzo a chi assomiglia: occhialetti piccini e faccia da indiano è la copia esatta dell’indiano di Futurama (che non avendo internet non potrò scoprire come si chiama)! E in un secondo si guadagna con merito il suo nuovo soprannome. Arrivate da poche ore già ci siamo ambientate, Futuramon e Jork il crucco, ormai amiconi, ci fanno vedere i libri prodotti dalle fondazioni Ibo e Aga Khan e ci consigliano cose fare nei prossimi giorni.
Nel divanetto davanti a noi si piazza un ragazzo dell’isola, che dopo una partita a dama contro se stesso, parlando inglese, ci chiede un po’ di noi. Alla seconda domanda già mi chiede se sono sposata. Sarà un’usanza del luogo ma non è la prima persona a chiedermelo. Senza fede al dito non posso rispondere di sì ma improvviso un “quasi, tra poco ci sposiamo”. Altre due domande innocue e tac arriva un altro domandone: “sei cristiana?” Eccheèè?! Non volendo iniziare un pippone con il mezzo sconosciuto, e sperando di passare al prossimo argomento velocemente, rispondo di sì. Niente da fare, si ritorna subito agli stessi temi e subito mi chiede se noi in italia possiamo sposare un mozambicano e quanto grande è la città del Vaticano. Con un’ansia esagerata addosso me ne vado al bancone a parlare con Futuramon e scopro che domani sarà il suo ultimo giorno di lavoro all’hotel, e che tra un paio di settimane tornerà in francia. Chettristezza! proprio ora che mi ci stavo affezionando. Ma subito aggiunge che il venerdì sera c’è sempre la discoteca sulla spiaggia e che possiamo andarci insieme. Come dirgli di no. Con un fuso percepito che si avvicina più a quello australiano che a quello locale alle 9 mi ritrovo già distesa nel nostro comodissimo letto a baldacchino, e ciao mondo.

Ore 6, luce a palla che entra dalle finestre, apro gli occhi bella riposata pensando che ormai sia metà mattina, e invece no. Paziento fino alle 7 per la colazione ed esco in giardino. Dietro al bancone trovo quel ciccioso di Futuramon che parlando del fatto che sull’isola non ci sono vere spiagge mi propone di andare fuori in barca questa domenica con lui, Davinia e Jaime, a nuotare con i delfini. Con la bocca spalancata dall’incredulità annuisco e corro a dirlo a Valeria. Che la colazione sia servita, pancake e marmellata di papaya con litrate di te, gnamm. Dopo aver fatto il conto degli infiniti dollaroni già spesi e con una mezza lacrimuccia, andiamo a fare un breve giretto dell’isola, sotto il sole delle 10.30 che ricorda più quello dell’una. Per strada siamo fermate da numerosi ragazzetti che si propongono come guide dell’isola e ci dicono che per qualsiasi giretto possiamo chiedere a loro. Un saluto veloce a Davinia, e decidiamo di andare a pranzo nel ristorante della moglie del crucco, una giovanissima e bellissima mozambicana. Una stanza bianca con tre tavoli in tutto, poche sedie sparse e le stesse tovaglie ai tavoli da più o meno due anni. Ordiniamo l’unica cosa presente sul menù senza neanche capire cos’è finché non veniamo servite: una giga-porzione di riso e una ciotolina con del pesce misterioso immerso in un sughetto acquoso. Inizialmente un po’ scettiche finiamo per spazzolarci quasi tutto, e gonfie come poche volte in vita chiedendo il conto ci sentiamo rispondere 60 metical in tutto. Checcoosa?! Dopo averle dato l’equivalente di poco più di 1 dollaro a testa decidiamo che d’ora in poi pranzeremo sempre qui, punto
Dopo una mattinata di faticoso cazzeggio ritorniamo nel nostro salottino verde per riposarci prima di un intenso brainstorming. Sono le 6 ed ormai è notte inoltrata, guardando le immagini della tempesta che ha colpito il new jersey ci dividiamo la più buona insalatina di polpo mai mangiata e una zuppetta alla zucca. Ritornate in camera decidiamo che è finalmente arrivata l’ora di vedere La mia Africa. Distese sotto la gigantesca zanzariera nonostante gli ipnotici capelli nuvolosi di Meryl Streep a metà film crolliamo e buonanotte.

Scritto: vicino a Monopoli, il micio dell’hotel

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