Pechino express Africa edition: Puntata pilota

Sveglia presto, ultimi saluti a Carlo e ‘agli italiani’, intenti nella loro colazione di affari, e andiamo a pagare. Un salasso, manco fossimo state all’hilton. In  compenso prendiamo in prestito due libri dalla biblioteca e come minimo non ci rivedranno più, ne noi ne i libri, e tante saluti. Cariche come muli e sotto il sole bollente andiamo a casa di Renato, che grazie a dio vive dietro l’angolo, e ad accoglierci al cancello troviamo due grossi cagnoni neri, che per fortuna ci annusano e basta, e il guardiano che dopo averci chiesto il nome va ad annunciarci a Renato. Passato il giardino, le palme, le gigapiante di basilico e la solita zanzariera, entriamo da una parete interamente vetrata in questa casa altissima, e con il tetto così spiovente da toccare terra, il tutto con un tropicale sottofondo musicale. Renato, con il solito cappellino in testa, i capelli legati, abbronzato e bello rilassato, ci mostra la nostra sistemazione per la notte. Attraversiamo il giardino e vediamo una piccola capannina con porticciolo, e con all’interno una cameretta con bagno, la nostra nuova casetta. Il tempo di metterci il costume, prendere maschera e boccaglio, e si parte alla volta del Pirata. Sarà pure la seconda volta in due giorni, ma io qui ci vivrei! Bagnetto nell’oceano sempre più bollente e tintarella, che chissà che ci passi sto pallore malato, ed è già ora di pranzo. Anche se dai trenta gradi all’ombra non si direbbe, tra qualche giorno è halloween e per festeggiate mi prendo dei giganteschi ravioli alla zucca buonibuoni, e mentre mangio mi chiedo “come fa la zucca ad arrivare fino a qua?”, ganmm. Per giustificare il nostro dolce far nulla ormai da giorni in corso, ci ricordiamo che dopotutto oggi è domenica, e passiamo il resto del pomeriggio distesi su dei morbidosi cuscini bianchi a chiacchierare, coccolare il gatto e a guardarci intorno felici. Il sole inizia a calare ed è ora di ritornarcene alla nostra nuova casetta. Filmetto serale e lunga chiacchierata con Renato davanti ad un tè bollente seduti sul porticato, e buonanotte mondo. Ore 7 suona la sveglia, a quanto pare dopo una settimana dalla nostra partenza il momento di andare ad Ibo è finalmente arrivato. Qualche giorno prima Davinia ci aveva detto che l’appuntamento sarebbe stato per le 10, quindi velociveloci facciamo colazione e andiamo con Renato (da ora in poi ‘il surfista’) ad incontrare suor Franca. Arriviamo in questo grande complesso di casette gialle e all’ingresso troviamo questo donnone super simpatico. Suor Franca ci fa accomodare in cucina e ci offre tè e biscotti Maria, sarà un caso? Appena diciamo di studiare a Torino inizia a parlarci della sua fedelissima fede.. calcistica, juventina di nascita insulta Valeria che porta per il Toro, e non mandandole a dire a nessuno, sgrida la cameriera con un occhio malandato e un tuttofare che continua a chiederle soldi per la benzina. Parlando scopro che è veneta e capisco da dove arriva quel burbero modo di fare. Dopo aver aspettato per ore la chiamata del ragazzo di Davinia, Jaime, decido che è arrivata l’ora di chiamarlo e non capendo una parola di quello che mi dice e con la traduzione di Renato, scopro che il numero che Davinia mi ha dato non è quello del fidanzato, ma quello dell’autista che ci deve portare a Ibo, Almeida, che ci dice che l’incontro è spostato alle 12.45. Suor Franca deve andare dal santone coreano, e dopo averci raccontato quanto sfaticati sono questi mozambicani ci salutiamo, con la promessa di rivederci, e mentre stiamo uscendo la sentiamo urlare questa volta contro due ragazzetti fannulloni seduti all’ombra di un albero. Con lunghe ore a nostra  disposizione e tra sacchetti di plastica che svolazzano al vento che manco fossimo in America Beauty, andiamo a fare un giro al supermercato, e scopro che i prodotti in vendita sono ne più ne meno quello che si può trovare in un qualsiasi Lidl, con tanto di biscotti Divella in offerta. Già che siamo in giro andiamo al bar ad incontrare Mahari, un architetto eritreo con dei rasta più lunghi di me, che dopo aver studiato allo Iuav ha realizzato quella gran porcata della nuova piazza di Pemba, e penso “tzèè, lo Iuav riesce a colpire pure qua..”. Al bar ritroviamo anche quella matta di Susanna e ci facciamo tutti una bella bevuta di acqua, il drink più gettonato di questi giorni, con la speranza che magari di bottiglia in bottiglia riuscirò a raggiungere un’ idratazione apparente. Alle 12.45 stupidamente puntuali ci facciamo trovare nel luogo stabilito per l’incontro, e che l’attesa abbia inizio. Dopo due chiamate e un’ora e mezza di attesa Almeida si presenta, con il suo furgoncino a tre posti carico di barili di gasolio e in compagnia di due donne. E il primo pensiero è “e mo noi dove ci sediamo?!”. Il nuovo autista ci carica gli enormi zaini sul retro e per non affidarci semplicemente alla fortuna perché non li faccia volare via alla prima curva, con un minimo d’insistenza con un nodino li lega alla macchina. Le donnine si siedono sul bagagliaio scoperto in compagnia di barili e bagagli e noi saliamo davanti. Si parte. Dopo neanche 15 minuti di viaggio Almeida riceve una chiamata: la marea è salita, per i oggi i viaggi a Ibo in barca sono saltati. Checcoosa?! E ora dove dormiamo?! No problema, l’autista ci dice che siamo ospiti della Fondacao Aga Khan a Quissanga. Ehmm, ok. Dopo aver parlato quattro lingue peggio di un analfabeta, infinite soste sospette, scimmie, caprette e bambini che ci attraversano la strada, donne con in testa legna da ardere, accette, enormi taniche d’acqua e tre ore di viaggio, pensando oramai di essere più su una puntata di pechino express che su scherzi e sognando di avere come compagno di viaggio quella checca isterica di Costantino, con il culo rotto e la schiena rotta a metà arriviamo nel barrio di Quissanga. Ci ritroviamo con i piedi nella sabbia rossa, tra capannine di bambù e terra, bambini scalzi che vanno avanti indietro, una capannina da dove esce della musica che neanche al Cutre, in un edificio semi abbandonato. Sarebbe questa la Fondacao? No, questo è il magazzino, la guest house è l’edificio vicino. Apperò. Due prestanti ometti ci prendono le nostre case da spalla e ci portano alla casetta vicino dove ci viene fatta vedere la nostra stanza, con attaccato il bagno che non ha mai visto dell’acqua corrente. Benon. Abbandonati gli zaini e dopo aver ricevuto le lenzuola fresche di bucato, andiamo nella zona comune dove conosciamo Sels, il coordinatore che qualcosa di inglese lo parla, una ragazza di Pemba, e un figaccione scolpito nell’ebano che ci dice che il giorno dopo verrà a Ibo con noi. Usciamo e ci godiamo questo spettacolo per gli ultimi venti minuti di luce. Ritornate dentro ci facciamo un tè con i biscotti (unico ‘pasto’ delle ultime 24 ore) e stanche come poche volte in vita ci imbamboliamo davanti ad una pessima telenovela spagnola, tremendamente doppiata in portoghese. Bene, sono le 6.30 e noi vogliamo solo svenire. Ritornate nella sauna con letti ci barrichiamo dentro le zanzariere per la prima volta verdi, e aspettiamo i cinque secondi che ci vorranno per addormentarci. Tzè, Illuse! Ancora convinte che qui la gente di sera dorma restiamo per ore, ore ed ore sveglie a sentire tamburi suonati in ogni verso e gente che canta urla cose incomprensibili. Ma cosa sono queste cose che mi camminano addosso? Ah no, sono gocce di sudore grandi come scarafaggi. È passata mezzanotte, i tamburi iniziano a picchiare sempre meno e la sveglia delle 4.30 si avvicina sempre di più, forse un paio d’ore riuscirò a dormire. E se dormire è salute, io mi sto putrefacendo. Svegliata prima del tempo dai rumori della casa per le 4.45 siamo vestite e con la tazza di tè fumante in mano. Niente colazione, caricata la macchina è subito ora di partire. E che il safari abbia inizio. Questa volta però saliamo su una macchina pulita e profumata, che ai miei occhi a fessura è la macchina più bella che abbia mai visto. Con la solita musichetta tropicaleggiante partiamo lunga la strada fatta più di buche che di sabbia, e con il sole così alto che sembrano come minimo le 10, e invece no, non sono neanche le 5. Dopo un’oretta di sballonzamenti e un centinaio di persone incontrare per strada con il mondo in testa arriviamo al porto, che di porto ‘classico’ non ha nulla se non l’acqua e le barchette. Soliti due uomini prestanti a prendere i nostri zaini colmi di sassi, tolte le scarpe e con l’acqua alle ginocchia arriviamo alla nostra barchetta, caricata in meno di 10 secondi partiamo, finalmente alla volta di Ibo. Passate le infinite mangrovie ci troviamo in mare aperto, saranno gli occhi ancora a fessura, ma non riuscendo a riconoscere la fine tra cielo e mare e trovandomi in uno dei posti più belli del mondo, penso che tutto sia finto e che in realtà sono semplicemente nel set di The Truman Show. E invece forse è tutto vero, dopo 15 minuti arriviamo nell’Isola di Ibo, e a 8 giorni dalla nostra partenza possiamo finalmente mettere piede su quella che sarà la nostra nuova casa per i prossimi due mesi. Scarpe ancora in mano e con due nuovi ‘portazaini’ camminiamo lungo strade fiancheggiate da antiche case portoghesi ora mezze abbandonate, in uno scenario post bellico, dove noi e i pochi bambini che corrono per strada siamo i soli superstiti. Cammina cammina arriviamo finalmente a casa, il Miti Miwiri si presente ancora meglio che in foto e entriamo in una verdissima corte interna, punteggiata di amache bianche e piante colorate. Dopo un imorecisato girone dell’inferno siamo finalmente arrivate in paradiso. Conosciamo il manager del posto, un ciccioso ragazzetto che ci serve la colazione, che cono lo stomaco aperto come mai divoro in 10 secondi. Con la pancia piena per un decimo andiamo nella nostra nuova cameretta e ci abbandoniamo all’estasi e alla stanchezza.

Scritto: distesa nel mio nuovo divano rosso

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