“Noi non siamo un’agenzia di viaggi, né uno studio di fotografia, noi laureiamo architetti!”

Mi sveglio da un sogno orribile e realizzo che sotto questa zanzariera mi sto sciogliendo, via di condizionatore e di colazione. Oggi per noi un finto caffè con latte in polvere che promette di essere “the cremiest creamer” e gli ultimi baiocchi. Vediamo seduto in veranda un dolze signorotto di bianco vestito e capiamo che è Carlo, il proprietario emiliano del residencial, arrivato oggi dal Sudafrica. Andiamo a salutarlo e ci troviamo sedute a parlare con quest’uomo rilassato e affascinante, che con un forte accento emiliano ci racconta di ogni angolo del mondo conosciuto e soprattutto sconosciuto che ha visitato. Dalla storia delle isole Ibo e Quirimbas al racconto della famiglia di sua moglie, natia dell’isola e propronipote del fratello di un re spagnolo. Mi perdo nelle parentele della moglie e nei racconti di quest’uomo che capiamo aver vissuto per troppo tempo in africa. Tutto quello che vede è poesia, anche un semplice decollo aereo diventa un momento catartico. Ci facciamo consigliare cose da vedere, persone da conoscere e finisce per consigliarci all’infinito la lettura, a detta sua fondamentale, dello scrittore sudafricano Wilbur Smith, che ci dice di andare a prendere nella sua superfornita biblioteca. Salutiamo Carlo e andiamo a chiamare ‘l’autista’ per farci dare un passaggio in centro. Prese le bananine, le mele e le pere da un venditore di strada e pagate quanto le pagherei al carrefour di via Madama ritorniamo a casa a banchettare, con vitamine impregnata di amuchina. È ora dell’ormai quotidiana visitina da Pieter con scrocco di internet compreso, e già che ci sono facciamolo andare questo Torrente. Sono le 3.30 e il locale si è riempito di americanacci sguaiati che alla nostra risposta “si internet c’è” gridano al cielo un “Hallelujaa!”. Rovinata l’atmosferma capiamo che è ora di andarcene e di fare una passeggiata sull’oceano. Scarpette da scoglio e costume attraversiamo la strada e ci ritroviamo qui

Al milionesimo “macchemmeravigliaa!” iniziamo a fare un’infinita serie di foto e alla milionesima ci ricordiamo la frase dettaci dal nostro relatore di tesi tempo fa: ”Mi raccomando ragazze, non fatevi prendere dalla bellezza del posto, restate concentrate! Ricordate: Noi non siamo un’agenzia di viaggi, né uno studio di fotografia, noi laureiamo architetti!!” Raggiunta la pace dei sensi e capendo che da lì a 20 minuti si farà buio pesto andiamo in camera e restiamo in attesa di sapere l’orario della riunione serale con ‘gli italiani’. Puntuale arriva il messaggino di Renato che ci dice di prepararci, questa sera si va a cena alla Locanda Italiana. Non ce lo facciamo dire due volte e alle 8 spaccate siamo pronte sul porticato in attesa del nostro ‘autista’. Il ristorante si trova nella Pemba vecchia, fatta di edifici portoghesi ora per la maggior parte fatiscenti. Vicino alla locanda vediamo la prima lavanderia della città, che dallo slogan promette igiene e pulizia. Entriamo in un bellissimo edificio storico rimesso a nuovo e già annusiamo odore d’italianità. Non volendo ovviamente prendere la pizza ci facciamo consigliare dal proprietario emiliano: un carpaccio di tonno con focaccia, pasta al granchio e tonno alla piastra, e ripenso al mio settimanale tonno al naturale rio mare.. Nonostante la pancia piena e la stanchezza diffusa, siccome è pur sempre venerdì ce ne andiamo al locale sudafricano per un drink sull’oceano. Arrivati nel locale ci troviamo subito di fronte lo chef: un omone gigante, biondo e con una pappagorgia da record. Più che un cuoco sembra La Diva del locale, e con le sue movenze burrose ci fa accomodare in veranda. Seduti tutti in fila sugli sgabelli ci godiamo la vista notturna del porto, ora puntinato di yatch che sembra di stare a Miami. Dopo una serie di canzoni tropicali ecco che La Diva ci delizia con un pezzo di Madonna, e l’atmosfera viene uccisa. Forse è arrivata l’ora di andarcene a dormire. Caricati l’architetto pirla e il dolze ciccioso nel retro del pickup ce ne ritorniamo a casetta.

Scritto: al buio sotto il porticato

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