Milano ✈ Pemba

Ore tre lascio casa con una sola convinzione: ho dimenticato qualcosa.
Un classico, se non fosse che lì dove vado le cose che dimentico per il 99% dei casi non le posso più comprare.
Tappa uno Nichelino: prendere Valeria e i suoi zaini, alias palle mediche. Macchina carica si parte alla volta di Malpensa, colonna sonora: Baglioni, fortuna che per due mesi alla radio capiterà di sentirlo più o meno Mai. Ultimi saluti, ultimi baci e soprattutto ultime merendine della mamma da schiacciare nel bagaglio a mano (dio benedica la mamma delle merendine, schiacciate, che sono ancora più buone) dritte al gate senza guardare indietro. Allora ci siamo, lo stiamo facendo per davvero, siamo pronte? No. Via! Ore 21.30 si sale sul primo aereo Ethiopian che rispolvera per l’occasione il modello 1982, con tanto di vhs collegato ad uno schermo modello da ‘corriera in gita delle medie’, e ci spiega le istruzioni di sicurezza con un simpatico cartone animato che per farci capire che dobbiamo chiudere gli apparecchi elettronici ci fa vedere che al game boy non si può più giocare. Tutto con il video che ogni tre per due salta, Valeria vicino a me prega, e buon viaggio a noi. Prima tappa Roma, carichiamoli su sti burini, e invece no, solo preti e suore e allora in vena con la sicurezza che ci da l’aereo iniziamo a cercare tra la gente i personaggi di Lost, ci sono quasi tutti, conclusione: e noi chi saremmo? Nessuno, bene, morte. E tac si riparte alla volta di Addis Abeba con delizia di cena servita a mezzanotte e mezza, un pollo affumicato con basmati che sa di tutto fuorchè di riso prima di dormire  ci sta tutto. Ma quasi dimenticavo, come compagna di terzetto di sedile, in pole al posto finestrino, troviamo la rumorista, ogni genere di schifoso rumore con naso e bocca. E ciao riposino.
Ore 6.30 locali atterriamo in Etiopia e siamo gentilmente invitati a salire su delle scale che la prima domanda spontanea di Valeria è: ma a casa di chi siamo? La parola chiave è small. Entriamo ed ecco che l’aeroporto altro non è se non un Horas Kebab al quadrato, solo che al posto degli sgabelli ci sono le sedie di vimini e il nome sull’insegna inclinata di 90 gradi è London Cafè. Super spremuta che dai un po’ di vitamine male non fanno, e infinita attesa sulle poltroncine fino a che arriva La scoperta: c’è internet wifi! In attesa al gate per salire sul secondo aereo arriva il momento scissione: primo tentativo di approccio spontaneo tra bambine ariane tedesche e una bambina bellezza tutta treccine. L’astio per le cameriere etiopi odiose come poche e il non aver chiuso occhio per più di 10 minuti in 24 ore passano e restiamo imbambolate a goderci la scena. Secondo aereo Ethiopian e il livello sale: super abbuffata di tutto purchè speziato che però mangiane poco se no qua coda al bagno al tre, e incontro svolta. Vicino a noi si siede un ragazzo dell’Oman che tutto simpaty dopo aver parlato un po’ di calcio (“gattuso plays with his heart”) inizia ad insegnarci parole in suahili così che una volta arrivate possiamo cavarcela e fare colpo. Contatto facebook ed è subito amicizia. Guardo fuori dal finestrino e resto a bocca aperta, così sbalordita che il nostro amico mi dice ridendo di non piangereSalutato il nostro nuovo amico che ci ospiterà in Thailandia a capodanno scendiamo a Dar es Salaam. Più si scende più l’aeroporto si rimpicciolisce e il cuore si ingrandisce, non solo quelle di tutte le persone che incontriamo, ma soprattutto il nostro. Altra sosta di quelle 3-4 ore che non puoi né dormire né , e assaggiamo il secondo caffè della giornata, caffè etiope voto 7, tanzanese un 8 pieno, più che un caffè un tè venuto benissimo. A questo punto gli italiani sono stati scremati, quelli diretti ai resort sono spariti e i coraggiosi sono rimasti: è arrivato il momento di fare amicizia, e noi scegliamo i più dolzi. Da qui ce li teniamo stretti e saliamo insieme sull’ultimo aereo, compagnia aerea del mozambico che pensavamo: oddio qua cade per davvero! e invece fedele alla teoria più si scende meglio è, saliamo un un aereo tutto caruccio e spazioso con ostess vestite elegantine e super sorridenti. Ahh quasi quasi mi spiace scendere, e invece anche no che sono 24 ore che viaggio e mi si sta cadendo la faccia, face off. Atterriamo a Pemba l’aeroporto è piccinissimo e praticamente a conduzione familiare, unica paura ora è fare il visto e gesù fai che non mi abbiano perso il bagaglio se no resto qui due mesi a piangere. E invece va tutto liscio, lisciato con fiorfior di dollaroni. Bagaglio arrivato e abbiamo anche il nostro ‘autista’ fuori che ci asspetta. Aspetta! ora l’ho capito, siamo finalmente arrivate e siamo in Africa, il brevissimo viaggio in macchina fa da epifania, tutto quello che vedevamo dall’aereo ora cammina vicino a noi, come le decine di persone che si spostano tra la polvere alzata dai suv e i baracchini illuminati. Qui è buio che sembra mezzanotte e nel nostro corpo sono almeno le 2.30 di notte e invece no, sono le 18.30. Siamo al giorno due e già tutte le prospettive sono cambiate, tutti i pensieri stanno sottosopra. Giorno due e noi siamo a 14.000 km da casa e abbiamo già la rubrica piena di numeri da chiamare e un miliardo di cose da fare, numero uno: Dormire.

Scritto: sotto la zanzariera bucata

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