My blueberry nights

New York, Elizabeth entra in un ristorante alla ricerca di informazioni sull’uomo che ama, per poi uscirne senza chiavi e con il cuore ancora più spezzato. Decisa a ritornare in quel bar ogni sera in attesa che quest’uomo appaia, finisce poi per affezionarsi all’affascinante proprietario Jeremy, tra confidenze reciproche e abbuffate di torta ai mirtilli. Il rimedio per lenire le ferite non sembra però funzionare, e capisce che l’unica soluzione possibile è la distanza. Decide che la sera dopo non rientrerà più nel cafè, opterà per la fuga, e inizia così il suo viaggio di allontanamento da New York alla scoperta di posti nuovi, cercando di luogo in luogo lavori come cameriera, dove farà la conoscenza di personaggi che come lei e forse più di lei soffrono della perdita di qualcuno. Grazie a questi strani incontri, al confronto con il dolore altrui e al viaggio introspettivo, scopre sè stessa ed è pronta a ritornare lì dove c’è qualcuno che l’aspetta. E mentre Elizabeth gira senza meta alla ricerca della serenità perduta Jeremy resta fermo nello stesso luogo, con gli stessi pensieri e sentimenti, nell’attesa che lei ritorni.
Arrivo a casa stancastanca e decido che per concludere bene la bella giornata ci sta un bel filmetto, così valuto con attenzione (chè poi a me guardare film di merda turba, mi rovina proprio la giornata) e finisco per scegliere questo, non solo perchè ci sono la mia adorata Natalie, Jude amamiora Law, Rachel Weiz che un premio oscar se l’è pure guadagnato, ma anche perchè parla di mirtilli e soprattutto è di Wan Kar Wai. Ci sono quindi tutti gli ingredienti perfetti per la riuscita di un bel film, e invece No. Tutti i bei presupposti se ne vanno a puttane. Ma partiamo dall’inizioinizio: Primo nome del cast a comparire sullo schermo è Norah Jones, con carattere 72 bold e già ‘ma che è un’attrice famosa e io non me ne ero accorta?’, che poi la Norah a me Mi piace, ma 3.30 minuti e già ‘ddio, imbazzarante’, ti prego ascoltammè, continua a cantare, e bbasta.
Per carità, belle le riprese attraverso la vetrina con le scritte sfocate, i giochi di riflessi, i ralenti, le voci fuori campo, i colori, si ok, bella la colonna sonora con Cat Power, e la Norah etc, ma No, non è abbastanza. Che poi dico io, c’hai la Natalie e me la fai bionda, riccia e con l’accento volgarotto del sud, allora dillo che te la cerchi. Mio caro Wan, io l’ho capito che le tue intenzioni erano buone: parlare dell’amore, o meglio, parlare della fase successiva all’amore: l’abbandono, il rifiuto, il fuggire lontano per dimenticare, per non vedere e non pensare, la ricerca e la scoperta di sè. Tutte buonissime intenzioni, però c’è qualcosa che non va, che non mi convince e non mi coinvolge, cos’è? C’è che il regista resta fedele a quella sua filosofia, a quel suo modo di raccontare e di incantare i nostri sguardi, tipico del suo cinema ambientato lì nel profondo est,  ma al suo stile e alla sua visione non si fondono queste facce, questi spazi, questi paesaggi, il tutto è lontano da quello che lui ci ha abituati a vedere e a provare. Che cos’è quindi che non va? E’ l’Ameriga!
L’acidità che provavo all’inizio del film va un po’ dissolvendosi alla fine – che non spoilerò anche se c’ha già pensato chi ha fatto la locandina – perché comunque resto una romanticona, ma Non è abbastanza. Io ve lo dico, non lo guardate, o magari guardatevelo anche, ma annientate le aspettative a Zero e già che ci siete staccate anche l’audio.

Visto con: il venticello dalla finestra.

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