My week with Marilyn

Londra, estate del 1956, Colin Clark frescofresco di laurea è ansioso di trovare un lavoro nel mondo del cinema, fortuna vuole che proprio in quel periodo si stiano per girare le riprese del film ‘Il principe e la ballerina’ con la bionda Marilyn Monroe. Il lentigginoso ragazzo riesce, grazie ad una generosa spintarella, ad ottenere un piccolo ruolo come aiuto regista e ad avvicinare la fragile protagonista. Tutto quello che vediamo è tratto dal diario di Colin, scritto al tempo del fortunato incontro e rielaborato in forma di romanzo con titolo ‘The Prince, the Showgirl and Me’, assistiamo quindi alla settimana di riprese attraverso gli occhi dello rossho aiuto regista, che diventano così anche i nostri occhi. Impegnato ad assistere il regista e attore Laurence Olivier, si fa notare non solo dalla timida costumista Hermione Watson, ma riesce ad arrivare anche lì dove tutto il mondo sperava anche solo di avvicinarsi, nelle grazie dalla desideratissima e problematica Marilyn. Inizia così un triangolo amoroso dove alla nascente coppia costumista-aiutante va ad inserirsi prepotentemente la boccolosa Norma Jean sempre bisognosa di attenzioni, e quel lesso di Colin non se lo fa chiedere due volte e ci casca con entrambe le scarpe. Riesce così a raggiungere la sfera intima e tenacemente protetta dell’instabile Marylin, che si affida alle sue attenzioni facendolo innamorare, noncurante delle conseguenze che questo avrà sul cuore del giovane e inesperto ragazzo. Colin viene così sedotto e abbandonato dalla femme fatale, che da una parte usa le sue debolezze per trarne un vantaggio in premure e tolleranza da parte del cast e di chi le sta vicino, in costante bisogno di affetto, riguardo e rassicurazione, dall’altro lato viene usata dalle persone a scopo di visibilità o denaro, e tutto ciò non fa altro che alimentare le sue insicurezze e i tormenti. Oltre alla dualità e alla lotta interiore vediamo rappresentate altre realtà divise: lo scontro tra classi sociali e ruoli da interpretare, e tra divi del cinema e star del teatro; e immancabile e sempre impeccabile è la presenza di Judi Dench, figurante in Ogni Singolo film inglese in costume.
Gli aspetti più che conosciuti di Marylin sono tutti presenti: bellezza, fascino, timidezza, paranoie, sindrome da abbandono, tristezza e costante insicurezza, ma benché siano ben inscenati nulla aggiunge a quello che già tutti sappiamo sulla persona e sul personaggio di Marilyn, la dicotomia star-semplice ragazza che riesce a cambiare personalità al solo vedere un fotografo in posa o una folla di adoranti fans. Il regista pecca di ingenuità pensando di poter raccontare semplicemente una personalità così complessa e mai veramente svelata o capita, mettendo in gioco l’utilizzo di semplici chiavi di lettura, e il tentativo di svelare il mistero di Marilyn resta incompiuto. Detto questo però va reso merito a Michelle Williams, che riesce a fare suo il personaggio di una delle dive più amate di sempre, immedesimandosi e rendendolo credibile anche grazie ad una notevole somiglianza, senza mai calcare la mano nè in un verso nè nell’altro, restituendoci il dolore della solitudine, la tristezza e malinconia dei suoi occhi, la paranoia e la paura di non essere amata per quella che è nella vita privata, e con apparente naturalezza riesce a tenere in piedi un film a tratti noiosetto e banalotto.
Come avevo promesso, perché io le promesse le mantengo, parlo nuovamente della diva il cui ricordo sembra non morire mai, grazie anche al fatto che con una scusa o un’altra è sempre sulla bocca di tutti, e quest’ anno non la ritroviamo solo qui, ma anche nel bellissimo poster di Cannes e qui. Direi che per quest’anno ne ho avuto abbastanza.

Visto con: la mezza idea di farmi bionda.

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