Indie game – the movie

Quattro protagonisti, tre giochi e un unico comune scopo: esprimere se stessi attraverso la realizzazione di un videogioco, la nuova forma d’arte del 21esimo secolo.
Usa, seguiamo il lavoro no stop di alcuni indie games developers (com’è indie anche solo scriverlo) alle prese con la creazione del videogioco che hanno interamente pensato, realizzato e in alcuni casi finanziato.
Documentario di cui non sapevo Nulla fino a mmm.. qualche ora fa, e che a quanto pare ha smosso il mondo (il tomatometro da 100%. azz), ma ciò nonostante prima di premere play pensavo ‘noo sarà Sicuro una cosa nerdissima e noiosissima!’ Niente di più sbagliato.
Più che un documentario tecnico sui videogame indipendenti, si rivela essere un racconto sulla vita personale di questi quattro nerdoni votati al sacrificio fisico, psicologico ed economico per la realizzazione del loro ‘figlio digitale’: Phil Fish creatore di Fez, Edmund McMillen e Tommy Refenes ideatori di Super Meat Boy e Jon Blow realizzatore di Braid.
Dopo due anni di produzione, più di 300 ore di filmati e numerose interviste a quotati games designer, i registi canadesi Lisanne Pajot e James Swirsky hanno deciso di concentrare il loro racconto solamente su questi quattro protagonisti, facendoci vivere tre diverse fasi nella carriera di uno sviluppatore.
Phil Fish dopo tre anni è ancora alle prese con la realizzazione del suo Fez, senza più i soldi del finanziamento, abbandonato dal suo partener che ora lo cita in giudizio, ossessionato dall’estetica e dal livello di dettaglio che vuole raggiungere, insultato e odiato da tutti i fan che ne aspettano da anni l’uscita e nella convinzione che se non riuscirà a finire la sua creazione si suiciderà.
Edmund McMillen e Tommy Refenes sono nei giorni che precedono il rilascio del gioco, emozionati e tesi all’idea che il loro Meat boy, un pezzo di carne privo della protezione della pelle, che rischia costantemente la vita per raggiungere la fidanzata che è coperta di bende, abbia il successo che merita, e infine Blow che parla con la calma e la saggezza di quello che ha già venduto il suo Bride e visto il gigantesco successo ottenuto può parlarne con rilassatezza filosofica.
Le interviste, più che discorsi preparati e studiati, sono vere e proprie confessioni che in alcuni casi diventano reali sfoghi e racconti a cuore aperto, e mantengono sempre vivo il carattere introspettivo e riflessivo del filmato, aiutate anche dalla presenza di Jon Blow che con la sua voce da guru ipnotizza e può dire tutto quello che vuole che per noi va bene.
Documentario che sorprendentemente arriva a parlare di amore e morte, di sacrificio e passione, e l’indie nel titolo altro non è se non la voglia di realizzare qualcosa di totalmente personale, senza l’intervento di altre mille persone che ne storpino la natura genuina, lontani dal voler diventare famosi o dal fare soldi a palate, con la speranza di creare attraverso una nuova concezione del platform game qualcosa che sia per i ragazzi di oggi quello che per loro è stato giocare con i primi videogiochi come Super Mario Bros.
E benché io non sia una giocatrice incallita, diciamo che il mio approccio al videogioco si è fermato allo schiacciare tutti i tasti in modo spasmodico nel tentativo che il mio omino di Mortal Kombat picchiasseduro, questo film mi ha totalmente conquistato.

Visto con: la voglia di abbracciarli tutti e dire Bravo!

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Una hora por favora

Elissa è single e ha bisogno di una mano per delle faccende di casa, quale posto migliore per trovarla se non tra i lavoratori messicani a ore?
Perchè non li ho trovati anche io mentre traslocavo?! invece di fare avantieindietro con il carrello della spesa stracolmo di cose, sai mai poi..

Visto con: il telefono che suona ‘ No mamma, sto guardando una cosa, sì ti chiamo dopo..cia’ ‘

Il dittatore

Wadiya, stato immaginario del nord Africa comandato dal barbuto Aladeen, dittatore consapevolmente coglione che in quanto tale si permette di fare e dire tutto quello che vuole. Convocato dall’ONU per l’ennesima idiozia decide di andare a New York, accompagnato dal fedele esercito e il forse non così fedele zio. Arrivato nella grande mela viene subito rapito e sostituito con un sosia ancora più ritardato, allo scopo di far cadere la dittatura in favore di una democrazia fittizia. Il non più barbuto Aladeen riesce a scappare e nel tentativo di riprendere il suo ruolo conosce Zoe, un’attivista-femminista-vegana con ascelle pelose, che ignorando la sua vera identità decide di aiutarlo.
Così divertente da scassarsi letteralmente di risate, sarà che a me l’umorismo razzista, antisemita e  sessista fa particolarmente ridere, ma è davvero una delle cose più divertenti viste di recente. Certo che se siete del genere ‘noo, questo no. cioè, è proprio fuori luogo!’ non solo non avvicinatevi alla sala, ma non avete capito proprio un chezz. L’umorismo ‘sottile’ (a mio avviso palese ma forse così non era per quelli in sala) cela una satira feroce nei confronti non solo delle dittature, che già da sole si rendono ridicole, ma soprattutto va ad attaccare quelle democrazie che si fanno vanto di essere eque, per la libertà di espressione, anti censura etc, e poi in realtà nascondo una dittatura gestita da un gotha di pochi che ci comandano come burattini con gli occhi bendati. Provocando la risata con facili battute, scenette ridicole e frasi assurde, smuove in realtà risate tirate e pensieri ben poco leggeri, e l’intento è quello di andare a colpire drittidritti noi spettatori. Non a caso è stata fatta la scelta del titolo (Il grande dittatore vi ricorda qualcosa?) e della folta barbona, semplice hipster o una barba più ‘sud sahariana’? Con l’ultima e come sempre riuscitissima maschera, fa e dice tutto quello che chiunque vorrebbe avere la libertà di dire e fare, ma come lo fa lui nessun mai, fortuna che nel mondo c’è quel genio di Sacha.
Le gif da mettere e le perle storiche da citare sono Infinite, quindi faccio prima a non metterne neanche una. Comunque vi avviso che il gesto della settimana è questo

Visto con: Giacomo, Gianmario, Tristan e Cate